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Walter Biot, chiesti 18 anni di carcere per spionaggio. “Documenti segreti ai russi in cambio di 5 mila euro”

Leggi l’articolo originale su La Repubblica
di Andrea Ossino

La richiesta dell’accusa nel processo di appello al capitano di fregata arrestato il 30 marzo 2021. La giustizia militare lo ha già condannato a 30 anni

Se l’ultimo processo, quello militare, è finito con una condanna a 30 anni di carcere, il procedimento in corso rischia di travolgere ulteriormente Walter Biot. Il capitano di fregata arrestato il 30 marzo 2021 con l’accusa di spionaggio per aver passato documenti segreti a un funzionario russo in cambio di 5 mila euro rischia infatti una nuova condanna: 18 anni di carcere.

È la richiesta del sostituto procuratore Gianfederica Dito, alle battute finali del processo che si celebra a porte chiuse davanti ai giudici della Corte d’Assise del tribunale di Roma. Le accuse sono diverse: spionaggio, rivelazione di notizie che per la sicurezza nazionale dovevano rimanere segrete e corruzione. Adesso la palla passa alla difesa, l’arringa dell’avvocato Roberto De Vita, difensore del militare, proverà a smontare la tesi accusatoria e i fatti accaduti il 30 marzo.

Quel giorno la confezione del Crestol era nascosta insieme a uno smartphone Huawei, dietro un lembo di stoffa, tra il sedile posteriore e quello del passeggero. Quel martedì il capitano di fregata Walter Biot l’aveva portata con sé tutto il giorno, da quando era uscito dal signorile villino di Pomezia a bordo della sua Nissan Patrol ed era andato a fare la spesa in un supermercato della periferia romana, a Spinaceto. In quella confezione di pasticche per tenere a bada la pressione c’era una scheda sd che custodiva 181 foto. Esattamente 19 documenti così segreti che solo 4 sono stati resi noti. Li aveva portati con sé perché quel giorno, alle sei del pomeriggio, nella borgata romana della periferia Ovest, Spinaceto, doveva incontrarsi con alcuni funzionari russi.

E’ qui, a Spinaceto, che Biot parcheggia l’auto, entra ed esce da un supermercato con le buste piene di viveri e fa salire in macchina un uomo. È un russo, ufficialmente lavora per l’ambasciata in Italia e si chiama Dmitry Ostroukhov. Dmitry e Biot trascorrono insieme 22 minuti a bordo della Nissan Patrol andando in giro per la capitale. Poi Dmitry scende dal suv. Non sa che i carabinieri del Ros hanno seguito ogni sua mossa e quando scoccano le 18:10 in punto intervengono scrivendo il più classico dei finali di una spy story: un urlo “carabinieri”, le manette e un arresto che finisce nella bacheca del controspionaggio.

Il russo verrà rilasciato. È “ufficialmente” un diplomatico, di fatto un agente dell’intelligence russa del Gru. Biot no, nel 2010 è sbarcato sulla terraferma dopo anni trascorsi su un cacciatorpediniere e passa le sue giornate nell’Ufficio stampa della Difesa e quindi dello Stato Maggiore. Ed è da qui che avrebbe carpito documenti da vendere ai russi.

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