DEVITALAW Rassegna Stampa

Il dissoluto e inespugnabile bias di alcool e aggressione

Leggi l’articolo originale su La Svolta
di Chiara Manetti

C’è un legame tra l’uso di sostanze stupefacenti e di bevande alcoliche e la violenza contro le donne? Ne parla la ricerca La violenza è solubile in alcol pubblicata dallo Studio De Vita

«Forse dovremmo essere più protettivi nel dialogo e nel lessico. Se vai a ballare, tu hai tutto il diritto di ubriacarti – non ci deve essere nessun tipo di fraintendimento e nessun tipo di inciampo – ma se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi».

Così il conduttore Andrea Giambruno, durante la trasmissione di Rete 4 Diario del Giorno, si è espresso sui casi di violenza sessuale delle ultime settimane.

In studio ci sono anche l’avvocata Annamaria Bernardini De Pace e il condirettore di Libero Pietro Senaldi: lei sostiene che le ragazze debbano essere educate introducendo un meccanismo di «autotutela preventiva» e lui sottolinea che, certo, «hanno il diritto di non essere violentate, ma purtroppo la realtà non rispetta i diritti, quindi non devono perdere conoscenza e devono frequentare contesti meno pericolosi possibili».

Le parole del giornalista e dei suoi ospiti, andate in onda nel pieno pomeriggio di ieri, lunedì 28 agosto, si aggiungono a quelle digitate nei giorni scorsi su Facebook da Massimiliano Orrù, comandante della Polizia municipale di San Gavino Monreale, comune sardo della provincia del Medio Campidano: “Insegnate alle vostre figlie a non scimmiottare i maschi e a non ubriacarsi. A noi maschi fa bene ogni tanto ubriacarsi… a voi invece malissimo. Restate donne e non cercate di fare gli uomini… Siete femmine e non maschi”.

A Palermo, il 7 luglio 2023, una ragazza è stata stuprata da sette giovani tra i 18 e i 22 anni, tra cui anche un minorenne all’epoca dei fatti. L’hanno portata in un luogo appartato, violentata a turno e poi abbandonata vicino a un muretto.

A Caivano, in provincia di Napoli, due ragazzi di 18 e 19 anni sono indagati per i presunti abusi durati mesi ai danni di due bambine di 10 e 12 anni.

Nel caso di Palermo, è stato più volte sottolineato quanto la vittima fosse ubriaca e non si reggesse in piedi. Per motivare la richiesta di collocazione in comunità di una delle vittime di Caivano, invece, gli assistenti sociali hanno posto l’accento sullo “stile di vita che ha ‘favorito’ la perpetrazione del reato ai suoi danni, che è senz’altro frutto della grave incuria dei genitori che, con ogni evidenza, hanno omesso di esercitare sulla figlia il necessario controllo, così esponendola a pericolo per la propria incolumità”.

Ma l’uso di alcol e droghe non è un fattore che può deresponsabilizzare gli aggressori, né portarci a credere che le vittime “se la siano cercata”, come leggiamo e sentiamo dire spesso.

La ricerca intitolata La violenza è solubile in alcol pubblicata dallo Studio De Vita e redatta dalle avvocate Valentina Guerrisi e Giada Caprini sottolinea che “sussiste una diffusa tendenza a colpevolizzare la vittima di un’aggressione sessuale correlata all’abuso di alcolici o all’uso di sostanze stupefacenti, laddove invece il giudizio di responsabilità dovrebbe riguardare esclusivamente chi l’ha perpetrata e il contesto sociale che ne ha favorito (o non prevenuto) il verificarsi”.

Una mentalità che “contagia anche le aule di giustizia, dove continuano a verificarsi inaccettabili casi di “vittimizzazione secondaria”, che hanno esposto il nostro Paese ad aspre censure da parte della Corte europea dei Diritti dell’Uomo”. Tuttavia, spiega lo studio, “vi è una relazione sempre più stretta tra l’uso/abuso di droghe e alcol e l’aumento di fenomeni di violenza divenuta oggetto di numerose ricerche nel corso dell’ultimo decennio”.

Continua: “Gli studi hanno evidenziato una serie di collegamenti tra l’uso di sostanze e il rischio di subire una aggressione sessuale.

All’aumento di vulnerabilità che ne deriva, infatti, si aggiunge nella maggior parte dei casi una condizione di c.d. incapacitazione: l’effetto delle sostanze può abbassare le inibizioni e il livello di attenzione, mettendo a rischio la capacità di riconoscere situazioni pericolose e di prendere decisioni consapevoli; in alcuni casi, gli aggressori possono utilizzare droghe o alcol per rendere le vittime incapaci di resistere o proteggersi da un’aggressione sessuale”.

L’uso di sostanze, scrivono, “può portare le persone a partecipare a situazioni ad alto rischio o a frequentare ambienti pericolosi, aumentando la probabilità di diventare vittime di violenza sessuale”. Ma la “diffusa colpevolizzazione della vittima che è stata aggredita sessualmente mentre era ubriaca o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti (a prescindere dalla volontarietà o meno di tale condizione) rappresenta ancora oggi un bias difficilmente superabile nell’opinione pubblica e, soprattutto, negli operatori specializzati chiamati a intervenire.”

Il rischio è quello di sconfinare nella legittimazione della violenza: è accaduto anche nel caso di cronaca che ha visto protagonista il figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, il 22enne accusato di aver violentato una ragazza di 19 anni mentre si presume che entrambi fossero sotto l’effetto di stupefacenti: «Lascia oggettivamente molti dubbi il racconto di una ragazza che, per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio. Un episodio di cui Leonardo non era a conoscenza. Una sostanza che lo stesso Leonardo sono certo non ha mai consumato in vita sua», aveva dichiarato La Russa, intento a responsabilizzare la vittima sotto effetto di droghe.

Una retorica pericolosa che, per dirlo con le parole di Amnesty International Italia, “addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita”. E che spinge le vittime a non denunciare, se poi il rischio è di non essere credute, e le esorta a non uscire, a non bere, a non fare uso di droghe, per non mettersi nelle condizioni di essere stuprate.

Sul Corriere della Sera il giornalista Giulio Sensi fa una panoramica del sistema di protezione delle vittime di violenza in Italia: secondo i dati Istat e del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri esistono 373 Centri Antiviolenza (Cav) che seguono 34.500 donne, 431 Case Rifugio che ne accolgono 2.423. Ma le risorse, ha spiegato la referente della ricerca per Istat, Maria Giuseppina Muratore «sono ancora insufficienti».

Secondo l’ultimo report Istat, nel secondo e terzo trimestre del 2022 si è registrato un calo delle chiamate al numero di pubblica utilità 1522 da parte delle vittime di violenza. Inoltre, secondo i dati recenti dell’Associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – soltanto il 27% delle donne accolte decide di avviare un percorso giudiziario, una percentuale diminuita rispetto all’anno scorso (28%).

Secondo Linda Laura Sabbadini, statistica e direttrice centrale dell’Istat, «le donne sono sole di fronte alla violenza: il 63% di quelle che vengono uccise non aveva parlato praticamente con nessuno di quello che stava subendo».

La maggior parte, prima di iniziare un percorso, si rivolge ai parenti (40%), alle forze dell’ordine (30%) e al pronto soccorso in ospedale (19,3%). Linda Laura Sabbadini ha spiegato al Corriereche è necessario sviluppare «una cultura del rispetto in tutta la società contro gli stereotipi di genere attraverso la formazione a scuola e di tutti gli operatori», «non lasciare sole le donne, rafforzando la rete e accompagnandole nel percorso di uscita» e poi difendere e proteggere «chi rompe l’isolamento, quindi agire contro chi esercita la violenza».

Ed è necessario insegnare che la cosiddetta alcohol miopia, per cui, tra le altre cose, chi beve non è più in grado di riconoscere il pericolo, non deve in nessun modo giustificare uno stupro. Diciamolo in coro: è violenza sessuale anche se la vittima ha volontariamente assunto droghe o alcol. E, può sembrare banale, ma: non importa in quale Stato si trovino le persone, quanto alcol abbiano bevuto e che cosa indossino.

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