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di Andrea Ossino
Nessuna prova che il diplomatico fermato insieme al funzionario italiano fosse un agente segreto, ma nessun dubbio che ci fosse Mosca dietro quell’operazione bloccata all’Eur
Nel processo sulla vendita di documenti riservati che il capitano di fregata Walter Biot avrebbe cercato di consegnare a un paese straniero non ci sono prove che Dimitry Ostroukhov fosse un agente dei servizi segreti russi. Non è stato acquisito alcun documento che attestasse come il funzionario fosse in possesso di una sorta di “patente da spia”. Né, tantomeno, che fosse iscritto a un improbabile albo di 007 custodito presso l’ambasciata russa in Italia.
Ma, scrivono i giudici, “l’oggetto dello scambio prezzolato e tutto il contesto delle condotte poste in essere dai protagonisti della vicenda non consentono di ipotizzare che la cessione di documenti segreti e riservati sia avvenuta in favore di persona diversa da un soggetto agente per conto e nell’interesse della Russia”. In altre parole: dietro il furto di quei documenti c’è l’ombra di Mosca.
Lo sottolinea con chiarezza la Corte d’assise d’appello, nelle motivazioni con cui il 3 giugno ha condannato a 20 anni di carcere Walter Biot, il capitano di fregata arrestato dai carabinieri del Ros nel marzo 2021 con l’accusa di spionaggio per aver passato documenti riservati a un funzionario russo in cambio di cinquemila euro. Per questa stessa vicenda il militare è stato già condannato in via definitiva a 29 anni e 2 mesi nel procedimento militare.
Nell’atto di 31 pagine i magistrati scrivono che l’“incontro con scambio” di denaro del 30 marzo 2021 era stato preceduto da contatti e negoziazioni: “magari non di denaro, ma di proposte, promesse, progetti, lusinghe, manifestazioni delle condizioni e degli interessi di ciascuno”. Perché, sottolineano, Biot “non ha di certo fatto salire a bordo della sua auto un perfetto sconosciuto”.
Del resto, così agiscono le spie russe: un passo alla volta. Ma nella primavera di quattro anni fa il loro piano si è infranto nelle strade della periferia romana. Quel giorno, il parcheggio di un supermercato di Spinaceto si è trasformato nel set di un film di controspionaggio. Protagonista: Walter Biot.
Nel quadrante sud di Roma, oltre l’anello del Grande raccordo anulare, i carabinieri lo sorpresero in compagnia del dipendente dell’ambasciata di Mosca Dmitry Ostroukhov. Erano a bordo di una Nissan Patrol e giravano insieme fino ai laghetti dell’Eur, davanti alla fila di ciliegi giapponesi che in primavera tingono di rosa il parco.
Biot aveva portato con sé anche una confezione di Crestol, un farmaco per la pressione. Non perché stesse male, ma perché nel bugiardino aveva nascosto una scheda Usb. La teneva in macchina, dietro un lembo di stoffa, tra il sedile posteriore e quello del passeggero. All’interno c’erano 181 foto: 19 documenti così segreti che solo 4 sono stati resi pubblici durante il processo.
Anche per questo la difesa di Biot, rappresentata dall’avvocato Roberto De Vita, ha proposto appello: come difendersi senza poter visionare le prove? I giudici hanno risposto: “Non possono nutrirsi dubbi (gli atti documentali e dichiarativi acquisiti convergono verso un risultato univoco) circa l’assoluta necessità di mantenere e preservare l’inviolabilità del segreto Nato sulle specifiche informazioni contenute nei documenti classificati, al fine di evitare pregiudizio alla sicurezza in caso di divulgazione”.

