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di Claudia Fusani
Il Cremlino ha denunciato Euroclear ma la questione giuridica resta intricata
«La scelta di Mosca di ricorrere al tribunale locale contro la decisione di Bruxelles che rende definitivo il congelamento degli asset russi è una mossa per creare disagio tra i paesi dell’Unione europea». Il professor Roberto De Vita, avvocato penalista cassazionista e patrocinante dinanzi alla Corte Penale internazionale dell’Aja analizza con l’Altravoce la mossa della Banca centrale russa che ieri ha intentato una causa contro l’istituto finanziario Euroclear con sede a Bruxelles, che detiene 185 miliardi russi (su un totale di 210) presso un tribunale di Mosca. In un comunicato la Banca centrale definisce «dannose» le azioni della Commissione europea perché «influiscono sulla sua capacità di disporre dei suoi fondi e titoli». Il voto di ieri a Bruxelles infatti ha reso definitivo il congelamento che fino adesso è stato una misura temporanea e rinnovato ogni sei mesi.
È una faccenda complicata che interpella e intreccia il diritto internazionale, quello commerciale e, ovviamente, quello interno dei singoli stati. «Prima di tutto – spiega il professore – vanno distinti due piani, quello della giurisdizione, cioè del diritto e della sua attuazione, e quello dell’esecuzione».
Per quello che riguarda la giurisdizione la Banca centrale russa si rivolge al proprio tribunale presso il quale cerca di far valere il proprio diritto alla disponibilità del bene di cui rivendica la proprietà. È chiaro che la Banca centrale otterrà ragione e a quel punto avrà nella sua disponibilità un titolo esecutivo «che però ha valore solo nei confini di propria competenza territoriale». Quindi, nei fatti, praticamente nullo nel senso che «la decisione del tribunale Russia non avrà esecuzione negli stati europei». A questo punto entrano in gioco – continua il professor De Vita – «l’insieme dei trattati e degli strumenti di cooperazione internazionale tra la Russia e i singoli stati o, in questo caso, l’Unione europea». In premessa va detto anche che ogni volta che si ha a che fare con grandi investimenti e transazioni internazionali è chiaro che all’atto del deposito, in questo caso presso Euroclear, sono stati stipulati contratti che prevedono vari tipi di controversie e ne regolano le competenze. Un dettaglio, questo, che conosce bene solo il vertice amministrativo e operativo di Euroclear. O di ogni altra banca in uno stato europeo o no che detiene quei soldi.
Una volta ottenuto il titolo esecutivo (la sentenza) che però abbiamo visto non avere conseguenze fuori dai confini russi, si aprono due strade. La prima, quella che potremmo definire ordinaria, prevede l’arbitrato. Ovvero le parti, in questo caso Russia e Euroclear, si rivolgono alle corti – più corretto chiamarle Istituzioni arbitrali – che gestiscono gli arbitrati internazionali. Le corti più importanti sono a Londra ma esiste a Parigi la Corte Internazionale di arbitrato (Icc) specializzata soprattutto nelle controversie legate al commercio, a L’Aja opera la Corte permanente di arbitrato (Pca). Gli arbitrati hanno tempi lunghi e rispetto a questi Bruxelles sostiene di avere le carte in regola.
Ma è la via secondaria e indiretta quella che può far saltare il tavolo in favore di Mosca. «Succede infatti aggiunge il professore – che se Mosca ha le mani legate nei singoli paesi europei (Bce e Unione europea non possono essere controparte, ndr) può però rivalersi sui beni in questo caso facciamo l’esempio del Belgio presenti in paesi in cui la Russia ha rapporti di reciprocità giudiziaria». Per essere ancora più chiari il professore fa questo esempio: «Poniamo che il tribunale di Mosca condanna i due giornalisti Rai che hanno violato il confine e sono entrati con le troupe in territorio russo documentando e raccontando. È chiaro che questa sentenza in Italia non ha alcun effetto ma può benissimo essere eseguita in ogni altro paese extra Ue con cui Mosca ha rapporti di cooperazione».
Così il ricorso al Tribunale diventa un «tipico strumento di pressione per dividere e spaventare». Tipico delle autocrazie. In questo caso di Putin.
