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di Fabio Tonacci
L’ex ministro di Chàvez: “Sotto Maduro c’era la pratica orrenda di prendere ostaggi e non solo italiani per ottenere vantaggi politici”
Bogotà – «Sono felice per la liberazione di Trentini e Burlò. Purtroppo in Venezuela, sotto Maduro, c’era la pratica orrenda di prendere ostaggi, e non solo italiani, anche spagnoli, americani, colombiani, argentini, per ottenere vantaggi politici». Rafael Ramírez è stato il più longevo dei componenti del governo dell’era Chávez e, per anni, l’uomo che ha gestito il petrolio venezuelano: dal 2002 al 2014 ministro dell’Energia, poi lo scontro con Nicolás Maduro, di cui è diventato uno dei più tenaci oppositori. Ramirez è in Italia, ha lo status di rifugiato politico.
Pare che lei, Ramírez, fosse la prima delle contropartite richieste da Maduro: la sua estradizione in cambio della scarcerazione di Trentini. E’ così?
«L’ho letto sui giornali. Se anche fosse vero, non penso che l’Italia avrebbe fatto una cosa del genere. Qui vige lo Stato di diritto, c’è stato un processo, è stata rifiutata l’estradizione. Ringrazio sempre il vostro Paese per avermi dato ospitalità, proteggendomi da una persecuzione feroce».
L’Italia sta riallacciando i rapporti diplomatici con il nuovo governo di Delcy Rodríguez. Che ne pensa?
«È giusto. E fa bene ad accompagnare un processo che può portare a una transizione politica».
Come si sta muovendo la presidente ad interim?
«Nessuno può essere contento di quel che hanno fatto gli Stati Uniti, ossia bombardare la nostra capitale. È inaccettabile per un Paese che ha scelto l’indipendenza. Oltretutto, Trump ha dichiarato che non lo ha fatto per la lotta al narcotraffico ma per prendere il nostro petrolio. Una pretesa illegale e coloniale, il greggio appartiene a noi venezuelani».
Era possibile catturare Maduro senza l’appoggio di una parte del governo o degli apparati militari?
«Ci stiamo tutti chiedendo perché il sofisticato sistema di difesa aerea comprato dalla Russia e dalla Cina non abbia operato. E come sia stato possibile che gli elicotteri americani abbiano volato così facilmente su Caracas, la cui via d’ingresso è una valle stretta e piena di postazioni missilistiche. Ciò lascia un forte sospetto, che, alla lunga, diventerà un fattore di instabilità politica».
Qual è la vera partita che si sta giocando sul petrolio del Venezuela?
«Abbiamo le riserve più grandi del mondo. Ero ministro io quando certificammo i 303 miliardi di barili, con un lavoro tecnico rigoroso e collaborazione canadese. La produzione, allora, era di 3 milioni di barili al giorno, che era anche la quota Opec per difendere il prezzo».
Poi arriva il crollo. Perché?
«Per motivi politici. Con Maduro c’è stato lo smantellamento: nel 2013 eravamo a 3 milioni, poi siamo scesi. Nel 2017 Maduro ha militarizzato l’azienda Pdvsa e nel 2019, con le sanzioni, la produzione era calata a 1,3 milioni, per arrivare a 500 mila. Con il rientro di Chevron si è tornati a 700-800 mila. Maduro ha sottostimato l’importanza del petrolio e ha perseguitato i lavoratori: ancora oggi più di 150 sono in carcere. E le aziende internazionali se ne sono andate».
Ora sono riluttanti a rientrare, nonostante la spinta di Trump. Dicono che ammodernare le infrastrutture e i pozzi è troppo costoso. Come la vede?
«Non è così. Sostenerlo è, probabilmente, una mossa per aprire completamente al capitale privato. Le infrastrutture esistono. Nell’Orinoco il petrolio si trova ad appena duecento metri di profondità, la perforazione è semplice. E nessuno può dire quali siano i costi senza una valutazione sul campo. Stimo che in cinque anni si possa tornare a 2 milioni di barili al giorno con un piano nazionale».
Trump ha scelto di puntare su Delcy Rodríguez e non sulla leader dell’opposizione, María Corina Machado. Se lo aspettava?
«È stata una sorpresa. Anch’io, però, ritengo che Machado non abbia il sostegno interno sufficiente, soprattutto dell’esercito. I venezuelani ora devono lavorare insieme ma senza mutilare la sovranità».
Le cose sembrano andare nel verso opposto: sovranità limitata, i potenti dell’era Maduro rimasti ai loro posti, Trump che rivendica il controllo.
«Non dico che sta andando come vorrei, infatti. È assurdo che gli Usa pensino di amministrare il Venezuela. Si rischia di entrare in una fase ancora peggiore, la destabilizzazione interna».
Perché?
«Ci sono tanti attori politici, il peso dell’esercito è forte e sul petrolio abbiamo un pensiero nazionalista robusto».
Esiste un’alternativa politica realistica?
«La cosa migliore sarebbe fare una giunta patriottica, come è accaduto nel 1958 con l’ultima dittatura. Allora si unirono le forze comuniste, social-democratiche e cristiane. L’esercito deve essere incluso per guidare il Paese. E dopo due anni convocare le elezioni. Bisogna fare come in Italia dopo Mussolini: un accordo nazionale per condurre il Paese alla ripresa».
