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Omicidio Cerciello Rega: bendò Hjorth in caserma, carabiniere assolto in appello

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di Valentina Stella

In primo grado Manganaro era stato condannato a due mesi per l’accusa di misura di rigore non consentita dalla legge

Assolto in appello il maresciallo dei Carabinieri Fabio Manganaro, imputato per il bendaggio di Christian Natale Hjorth, uno degli americani condannati per l’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Lo ha deciso ieri la prima sezione della Corte d’appello di Roma con la formula ‘ perché “il fatto non costituisce reato”. In primo grado Manganaro era stato condannato a due mesi per l’accusa di misura di rigore non consentita dalla legge.

«Questa sentenza deve essere letta e quando ci saranno le motivazioni dovranno essere approfondite dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dall’ex comandante generale Giovanni Nistri che per primi ebbero a condannare, senza nemmeno approfondire e attendere gli esiti processuali, l’operato di un militare che in 25 anni di servizio ha onorato l’Arma», ha commentato l’avvocato Roberto De Vita, difensore del carabiniere Fabio Manganaro. «Questa sentenza ristabilisce quella fiducia verso la giustizia che con le conclusioni del pm in primo grado e con la sentenza del giudice monocratico si era smarrita», ha concluso il penalista, ricordando la condanna a due mesi in primo grado.

COME PROCEDE IL PROCESSO PER L’OMICIDIO

Intanto a giugno saranno ascoltate le difese dei due americani nel processo di secondo grado bis che si sta svolgendo sempre in Corte di Appello a Roma. A luglio è attesa quindi la sentenza per il processo principale che vede i due americani Fennegan Lee Elder e Natale Hjorthe accusato di aver ucciso il 26 luglio 2019 il vice brigadiere Cerciello Rega. Secondo la ricostruzione resa a novembre dal militare Natale «tentava di divincolarsi, si muoveva in maniera repentina avanti e indietro e, in quel momento, ho visto un foulard su un attaccapanni: ho chiesto a un collega di passarmelo e glielo ho apposto sugli occhi invitandolo a calmarsi. Io ho anni di servizio alle spalle e ho visto gente compiere gesti autolesionistici e volevo evitare che accadesse. Per alcuni minuti sono uscito dalla stanza affidando Natale a un altro militare perché ero stato avvertito che era stata diffusa una foto dell’intervento in albergo e dovevo interloquire su questo. Rientrato ho visto che vicino a Natale c’era Varriale che parlava, i toni erano pacati ma l’ho interrotto e gli ho detto di uscire dalla stanza. Ho accompagnato fuori Varriale e al rientro ho tolto a Natale la benda e le manette, saranno passati – ha spiegato Manganaro – circa 10 minuti. Quando poi sono stato contattato dai miei superiori ho confermato di aver utilizzato la benda come strumento di contenimento».

L’ALTRA VERSIONE

Diversa la versione del ragazzo, assistito dagli avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi: «Mi hanno tenuto con gli occhi bendati per 45 minuti, cercavo di capire cosa stesse succedendo, percepivo la presenza di molte persone attorno a me e qualcuno mi diceva “hai i minuti contati”».

«Lascia stupiti la riforma di una sentenza motivata diffusamente in fatto e in diritto che aveva correttamente stigmatizzato un trattamento abusivo umiliante e degradante quale era il bendaggio del giovane sospettato non giustificato da alcuna differente finalità – ha commentato Petrelli -. Tutti i militari sentiti nel corso del processo avevano affermato di non avere mai assistito nel corso della loro carriera a simili trattamenti. Questa decisione appare come un passo indietro nell’affermazione dei diritti e delle garanzie delle persone private della libertà. Privare della vista, con un bendaggio del tutto privo di qualsiasi ragione, un giovane ammanettato e già vittima di un tentativo di aggressione significa disorientarlo e renderlo ancor più indifeso esponendolo maggiormente al rischio di ulteriori eventi,umiliarlo e degradarlo in maniera contraria alla legge e ad ogni senso di umanità.».

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