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di Andrea Ossino
L’ex faccendiere non risponde alle domande dei pm ma fa dichiarazioni spontanee. “Sono sconvolto, il nostro legame è strettissimo e incompatibile con qualsiasi movente”
“Non ho nulla a che fare con l’attentato a Ranucci. Non so chi possa essere stato, né perché. Gomes Celesio Tavares non c’entra nulla. Per me è come un figlio. Non è scappato. È in Camerun, a parlare con i capi tribù per un progetto sui carbon credits».
Valter Lavitola si presenta a piazzale Clodio poco dopo le 15.30. Ad accompagnarlo fino all’ingresso del tribunale di Roma è un cordone di telecamere. Ad attenderlo, invece, c’è un dispositivo di sicurezza inconsueto anche per il palazzo di giustizia più grande d’Europa: sette uomini della vigilanza interna, tre poliziotti in abiti civili, quattro agenti in uniforme, due graduati dell’Arma. Controlli, filtri, verifiche. Poi il varco. Un tribunale blindato come raramente è accaduto di vedere.
Un caffè al distributore automatico, quindi il lungo corridoio che conduce all’ufficio del procuratore Francesco Lo Voi. Le forze dell’ordine sono disseminate lungo il percorso con una disposizione che ricorda più un picchetto d’onore che l’ingresso di un indagato. Alle 15.45 Lavitola entra nella stanza.
L’ex parlamentare socialista, già uomo di fiducia del berlusconismo e protagonista di vicende giudiziarie che riportano indietro l’orologio di vent’anni, è stato convocato per essere interrogato. Ma l’interrogatorio, di fatto, non c’è. Per quasi due ore affida la propria difesa a dichiarazioni spontanee. Poi si avvale della facoltà di non rispondere.
Per i pm Carlo Villani ed Edoardo De Santis è il mandante dell’attentato del 16 ottobre contro il conduttore di Report. Avrebbe incaricato il suo uomo di fiducia, Gomes Celesio Tavares — «per me è come un figlio», ripete — di reclutare un commando di pregiudicati irpini. Una bomba collocata sotto l’abitazione di Ranucci, a Campo Ascolano, ha distrutto le due automobili della famiglia.
Per quell’azione sono finiti in carcere Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello. Ai domiciliari Marika De Filippis. Indagato anche Luca Amato. E infine Lavitola, presunto mandante di una «strage aggravata dal metodo mafioso».
Poi c’è Gomes Celesio Tavares, 47 anni, originario del Camerun, impiegato nel ristorante di Lavitola ma di fatto bodyguard, anche per importanti musicisti. Per i carabinieri del Nucleo Investigativo, dopo l’attentato si è rifugiato nel suo Paese d’origine. «Non è scappato. L’ho mandato io in Camerun. Guardate il suo passaporto, ci va spesso». Sostiene Lavitola: «È in Africa per seguire un progetto sui carbon credits».
Ripete di non sapere nulla. «Inspiegabile» è il termine che utilizza per il movente. L’amicizia «fraterna»con Ranucci renderebbe incompatibile qualunque movente. Però ci sono le prove, le conversazioni, l’utilizzo dell’automobile della moglie di Tavares, consegnata agli attentatori, le celle telefoniche. Quindi si ritorna alla domanda che attraversa il fascicolo: perché ordinare un attentato contro un amico?
«Qualora si accertasse l’effettivo coinvolgimento di Walter Lavitola, Ranucci sarebbe una seconda volta vittima», dice l’avvocato del giornalista, Roberto De Vita. Che, riferendosi a ricostruzioni «assurde» aggiunge: «Rischiano di essere strumentali ad una delegittimazione umana e professionale di Sigfrido Ranucci, di una trasmissione e dei suoi giornalisti, presidio di libera informazione e democrazia».
