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L’artista a processo a Bari per i post con cui accompagnò un proprio quadro che raffigura membri della comunità ebraica intenti a raccogliere il sangue di un bambino ucciso. Quando il Comune toscano gli affidò l’incarico di realizzare il “cencio” il caso era già scoppiato
Il Palio di Siena, inteso come drappellone o cencio che dir si voglia, vinto e portato in contrada dall’Onda il 2 luglio scorso, è stato tra i più apprezzati degli ultimi decenni.
Sull’autore, però, rimbalza da Siena una grana. Giovanni Gasparro, il pittore scelto nel dicembre 2023 dalla giunta di centrodestra di Siena guidata da Nicoletta Fabio per dipingere il drappellone, è sotto processo a Bari per istigazione all’odio razziale con connotati antisemiti, per una vicenda che nulla a che fare con il Palio ma che era già scoppiata quando l’artista fu chiamato meno di sette mesi fa a compiere l’opera, incarico di grande prestigio nel quale in passato si sono cimentati i più grandi, da Guttuso a Botero.
A dare rilanciare su Siena la notizia dei guai giudiziari di Gasparro è Il Corriere di Siena che rriporta stralci di un servizio apparso su La Gazzetta del Mezzogiorno a proposito del processo a carico di Gasparro per “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa” (articolo 604 bis del codice penale), con riferimento ad un suo dipinto, il “Martirio di San Simonino da Trento”, e ai post con cui ne accompagnò la difesa. La Comunità ebraica di Roma e il suo rabbino capo Riccardo Di Segni – riferisce Il Corriere – si sono costituiti parti civili, insieme con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, nel processo al pittore.
A dare rilanciare su Siena la notizia dei guai giudiziari di Gasparro è Il Corriere di Siena che rriporta stralci di un servizio apparso su La Gazzetta del Mezzogiorno a proposito del processo a carico di Gasparro per “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa” (articolo 604 bis del codice penale), con riferimento ad un suo dipinto, il “Martirio di San Simonino da Trento”, e ai post con cui ne accompagnò la difesa. La Comunità ebraica di Roma e il suo rabbino capo Riccardo Di Segni – riferisce Il Corriere – si sono costituiti parti civili, insieme con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, nel processo al pittore.
L’opera che ha trascinato Gasparro nella tormenta è del 2020 riproduce l’omicidio di un bambino di Trento detto Simonino, scomparso la notte del 23 marzo 1475 e ritrovato morto trenta giorni dopo, con una ferita sanguinante al costato, afferrato e circondato da membri della locale comunità ebraica intenti a raccogliere in una bacinella il sangue della ferita del bambino da utilizzare, secondo la credenza, per scopi magici e religiosi. “Si tratta di un falso storico tanto che il 28 ottobre 1965, durante il Concilio Vaticano II, la Chiesa abolì il culto del falso beato”, riferisce il quotidiano senese.
Le fotografie dell’opera, caricate sui social di Gasparro, secondo la Comunità ebraica sarebbero state anche “corredate dalle ferme e precise spiegazioni dell’autore”, generando “una moltitudine di interazioni e commenti dal contenuto chiaramente antisemita, razzista e, perfino negazionista”, oltre a “moltissimi link a siti esterni, con video e contenuti dal chiaro contenuto antisemita, che arrivavano perfino a minimizzare o negare l’esistenza dell’olocausto e della Shoah”. Per il pubblico ministero Larissa Catella, che ha formalizzato le accuse, “l’istigazione alla discriminazione e la chiara matrice antisemita delle tesi sostenute dall’imputato si sono concretizzate in un incitamento rivolto alla collettività, all’odio ed all’uso della violenza in ragione della mera appartenenza ad una diversa comunità religiosa, con gravissima lesione della sfera dei diritti inviolabili delle persone”. Esponenti della comunità ebraica sono chiamati a deporre il 31 ottobre al processo di Bari contro Gasparro.