DEVITALAW Rassegna Stampa

Foto e video falsi, una grande minaccia per la collettività

Leggi l’articolo originale su Il Fatto Quotidiano
di Giovanni Valentini

“Ciò che è successo a me non deve più succedere a nessuno”
(dal messaggio d’addio di Carolina Picchio, vittima del cyberbullismo – 4-5 gennaio 2013)

La citazione riportata qui sopra è dell’adolescente che nel 2013 si tolse la vita per l’umiliazione di essere stata ripresa in un video, priva di coscienza, mentre un gruppo di ragazzi mimavano atti sessuali intorno al suo corpo. Dalle chat ai social network, il passo fu breve. Un peso insostenibile per la sua reputazione e la sua onorabilità.

Gli effetti dei deepfake, cioè delle immagini e dei video o degli audio prodotti dalla cosiddetta Intelligenza artificiale generativa, costituiscono sul piano mediatico “una delle più grandi minacce della società contemporanea”. Lo denuncia un saggio intitolato La verità sintetica e redatto dallo Studio del professor Roberto De Vita, avvocato penalista e docente della Scuola di Polizia economica della Guardia di Finanza, con gli avvocati Marco Della Bruna e Giada Caprini. E conviene occuparsene, perchè il fenomeno riguarda innanzitutto l’informazione, il mercato e le relazioni sociali; ma coinvolge anche la criminalità organizzata e quindi l’amministrazione della giustizia.

Finché si tratta di fake news, vale a dire di notizie false ovvero di “bufale”, la loro efficacia è limitata e la possibilità di correggerle o smentirle è immediata. Ma di fronte a foto o video che rappresentano una realtà virtuale, artefatta o distorta, il pericolo è più grave. Qui si rischia di vedere immagini o ascoltare audio che non esistono, completamente alterati o costruiti. E di credere che siano autentici, perdendo la fiducia in ciò che si vede o si ascolta senza riuscire più a distinguere il vero dal falso. È il caso, per citare un esempio recente, dell’immagine finta sulla frana di Petacciato in Molise – una scena distorta con l’intelligenza artificiale e diffusa sulla rete – che ha scatenato il panico sui social.

“L’AI generativa – si legge nella ricerca dello Studio De Vita – non ha soltanto moltiplicato la capacità di produrre contenuti, ma li ha resi altamente credibili, difficilmente verificabili, praticamente gratuiti e alla portata di tutti”. Dalla fabbrica delle bugie, insomma, stiamo passando all’industria della contraffazione digitale. Così l’Intelligenza artificiale non solo può essere utilizzata per commettere reati, bensì trasforma le modalità di commetterli e crea nuove fattispecie.

Si va dalle frodi al phishing evoluto, dalla sextortion alla pornografia artificiale. L’inganno non dipende più soltanto dalla falsità del contenuto, ma piuttosto dalla sua plausibilità, dalla diffusione virale e dalla capacità di colpire emozioni, reputazione, patrimonio e autodeterminazione. E questo può compromettere il lavoro dei magistrati e l’iter dei processi.

Per contrastare il fenomeno, il Parlamento europeo ha varato l’AI Act che prevede una governance del rischio, della trasparenza e del controllo della filiera tecnica. E il Parlamento italiano ha approvato l’anno scorso una legge (n. 132/2025), decretando che “l’uso dell’AI non pregiudichi il dibattito democratico con interferenze illecite e che sia assicurata la cybersicurezza lungo tutto il ciclo di vita dei sistemi e dei modelli”. Il provvedimento interviene già sul nostro Codice penale, introducendo un’aggravante comune per i reati commessi attraverso l’intelligenza artificiale. E ha inserito anche un nuovo articolo che punisce chi “cagiona un danno ingiusto diffondendo, senza consenso, immagini, video o voci falsificati o alterati mediante AI”. “Il diritto – conclude il Professor De Vita – non può limitarsi a inseguire la tecnologia. Deve imparare a prevenire l’inganno dove si forma, prima ancora che sia possibile smentirlo. Questa è la vera sfida ai crimini dell’AI generativa”.

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