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Crans Montana, il “precedente” italiano. Quando a Roma morirono quattro ventenni per l’incendio della discoteca

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di Enrica Riera

Le indagini prima e le sentenze dopo hanno accertato che la porta d’emergenza fosse chiusa. La storia del “Sabor Latino” e la condanna del «gestore» per omicidio e incendio colposi

Guadalupe Nunez, di San Salvador, aveva 25 anni. L’amica, Berta Villatoro, nata in Guatemala, ne aveva 21. Facevano le colf a Latina, ma quel giorno di marzo del 2010 avevano deciso di raggiungere Roma. Al “Sabor Latino”, il locale del quartiere San Giovanni, c’era una festa. E a quella festa ci sarebbe stato anche Julio Ortega, il ragazzo peruviano di 25 anni che avevano conosciuto qualche tempo prima e che lavorava come dj: un impiego che gli avrebbe permesso di guadagnare qualche soldo in più rispetto allo stipendio di badante in cui si sentiva costretto, ogni mattina, al servizio di un anziano dell’hinterland romano. A ballare con loro, quella notte di 16 anni fa, c’era pure Maricel Vanila, rumeno poco più che ventenne. Il gruppo non avrebbe mai potuto prevedere che quella sarebbe stata l’ultima festa.

Guadalupe, Berta, Julio e Maricel sono morti a causa dell’incendio propagatosi all’interno del locale. Una strage che, per alcuni aspetti, ricorda quella di Crans-Montana, in Svizzera. E per cui è stato condannato a 10 anni in primo grado e a 6 in appello il macedone M. B., classe 1962, «gestore» dell’immobile, un seminterrato che non avrebbe potuto contenere le «35 persone» presenti quella sera, come accertato dagli inquirenti.

Contro M.B., il cui ricorso nel 2019 è stato ritenuto inammissibile dalla Cassazione, le accuse contestate sono state quelle di omicidio e incendio colposi.

«Mentre alcuni ballavano al centro del locale e altri bevevano seduti ai tavoli, una testimone aveva visto uscire delle scintille dall’amplificatore. Così aveva chiamato subito M.B. che aveva preso l’estintore, nel tentativo di spegnere l’inizio dell’incendio. Ma il fuoco si era propagato in pochi secondi in tutto il locale. I giovani che si trovavano all’interno erano usciti urlano, ma altri non ce l’avevano fatta ed erano rimasti intrappolati all’interno tanto da morire soffocati», si legge nella sentenza di primo grado.

Tra gli intrappolati – «come topi nel fumo», dirà un sacerdote nel corso dei funerali – i cinque ragazzi che avrebbero voluto trascorrere una serata lontano dai problemi, dai pensieri. Tra salsa e merengue. Le indagini prima e le sentenze dopo hanno accertato che la porta d’emergenza fosse chiusa: Guadalupe, Berta, Julio e Maricel avevano tentato di aprirla, invano.

Forse se fosse stata aperta, l’epilogo sarebbe stato diverso. Sarebbe stato differente, scrive la giudice del tribunale di Roma Paola Di Nicola, «qualora la porta di emergenza collegata all’esterno del locale fosse stata apribile dall’interno e non già chiusa a chiave con la falsa rappresentazione della sua funzionalità grazie alla collocazione, meramente ingannatoria, di un maniglione antipanico, per il misero fine di evitare l’ingresso di alcuni giovani senza il pagamento del biglietto di cinque euro». Tradotto: nel locale c’era sì, una porta d’emergenza. Ma era chiusa a chiave per evitare che qualche ragazzo, come un paio di volte era avvenuto, aggirasse l’entrata principale e non pagasse il biglietto.

I corpi dei quattro sono stati «trovati tutti in prossimità di detta porta». I giovani, si legge ancora nelle carte giudiziarie, sono stati «ingannati persino con l’indicazione “uscita d’emergenza” e con l’apposizione di finti maniglioni antipanico». In quel locale, inoltre, non si sarebbe potuto ballare. «Per inidoneità delle strutture e delle attrezzature il comune di Roma aveva inibito il locale alla destinazione della sala da ballo». Eppure è successo: si ballava.

A un certo punto le fiamme, il fuoco, l’inalazione di fumo, e tutti quegli altri «elementi – si legge ancora nella sentenza – che hanno reso l’incendio del locale e la morte dei quattro giovani inequivocabilmente prevedibile».

L’imputato è stato condannato anche al risarcimento delle parti civili, assistite dall’avvocato Roberto De Vita. «La dimensione soggettiva di M.B., la modalità approssimativa di affrontare le questioni e gli obblighi su di lui incombenti, la proprietà dello stabile in cui è avvenuto l’incendio in capo ad una ricca e benestante famiglia romana che ne aveva la continuativa gestione tanto da assisterlo nell’impugnazione degli atti amministrativi e civili, fa ritenere che egli non abbia accettato il rischio dell’incendio e della morte dei quattro giovani a seguito di una deliberazione con la quale aveva subordinato consapevolmente un determinato bene, quello della sicurezza delle persone, ad un altro: quello economico».

«Queste storie non devono più ripetersi», ancora le parole del sacerdote durante l’omelia di dieci anni fa. Non è stato così.

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