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di Valentina Errante
L’ex giornalista accusato di essere il mandante non risponde ai pm. E poi spiega perché un mese prima fosse vicino alla casa del conduttore con l’uomo che reclutò gli esecutori
Non ha il piglio sicuro degli ultimi anni, Valter Lavitola. Quando arriva in procura a Roma, per essere interrogato e difendersi dall’accusa di avere architettato l’attentato all’amico Sigfrido Ranucci, è palesemente nervoso.
Grazie al suo avvocato Sergio Cola dribbla i giornalisti, mentre il legale si ferma appena un attimo. Intanto il suo cliente, l’ex protagonista delle cronache giudiziarie dell’era berlusconiana, che ne ha passate tante, procede spedito verso l’ufficio del procuratore Francesco Lo Voi. «Vi posso dire che Lavitola è sconvolto per via dello stretto e fraterno rapporto di amicizia che ha con Ranucci, come confermato dallo stesso giornalista», ripete Cola. Il refrain è lo stesso anche davanti ai pm. La decisione di non rispondere era stata presa immediatamente. La strategia difensiva è l’attendismo. Almeno fino al deposito degli atti, per stabilire quali siano gli elementi in mano all’accusa e rispondere punto per punto alle contestazioni.
Intanto, potrebbe toccare a Ranucci di essere convocato ancora in procura, come era accaduto dopo l’arresto dei presunti esecutori dell’attentato. Profili bassi, che nulla hanno a che fare con le inchieste scomode di Report. Anche in quell’occasione il giornalista aveva ipotizzato una mano della criminalità, avvalorando anche l’ipotesi di una pista nera dietro l’ordigno esploso il 16 ottobre scorso davanti al cancello di casa sua. Piste che sono state escluse.
Il verbale
L’ex editore si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma davanti ai pm è rimasto due ore, per ribadire la sua totale estraneità ai fatti ed esprimere la propria costernazione. Parole che vuole siano messe a verbale. «Sono sconcertato, non sono stato io, non avrei avuto un movente. Non ce l’ho». E ha aggiunto quanto il giornalista dice da giorni: «Ci vediamo quasi tutti i giorni, le nostre famiglie si frequentano, andiamo a cena spesso. È un’amicizia così stretta che è incompatibile con qualsiasi tipo di movente».
E qualche spiegazione Lavitola l’ha data anche sui fatti contestati nel decreto di perquisizione che sabato scorso ha portato i carabinieri a bussare alla sua porta. Il suo telefono, un mese prima dell’attentato, ha agganciato la cella di Torvaianica Pomezia dove si trova casa di Ranucci. Un sopralluogo, secondo i pm, eseguito insieme al fidato Gomes Clesio Tavares, il camerunense alle sue dipendenze dal 2017 che, secondo la procura, sarebbe stato incaricato dallo stesso Lavitola di individuare gli esecutori materiali dell’attentato. «Andavo a trovare Ranucci. Frequentavo la zona e la casa non avrebbe avuto alcun senso fare appostamento o ricognizione preventiva». Su Gomes, volato in Camerun all’indomani dell’attentato e ancora in Africa, ha aggiunto: «Per me è come un figlio. Non è fuggito e non sono stato io a farlo partire. Va spesso nel suo Paese, circostanza riscontrabile dal suo passaporto. Adesso è lì per un affare sul carbon credit ed è in programma una riunione con tutti i capi tribù e i funzionari di governo per il rilascio di una concessione». Chiuso il verbale Lavitola ha scelto di andare via in taxi, lasciando la procura da un’uscita secondaria.
Per il legale di Ranucci «qualora si accertasse l’effettivo coinvolgimento di Valter Lavitola, il giornalista Rai sarebbe una seconda volta vittima».
Le parole dell’indagato dovranno ora essere valutate dagli inquirenti e non è escluso che in Procura possa essere nuovamente convocato Ranucci così come avvenuto dopo i quattro arresti della scorsa settimana.
I telefoni
Adesso una risposta potrebbe arrivare dai telefoni sequestrati a Lavitola. Contatti e conversazioni dei mesi passati potrebbero anche dire di più sulla posizione di Gomes, che da mesi si trova all’estero, e sulla sua decisione di lasciare l’Italia, dove, a questo punto, non rientrerà presto.
E dopo le tante dichiarazioni di Ranucci, entra in scena anche il suo legale, Roberto De Vita: «Alcune ricostruzioni giornalistiche e dichiarazioni politiche improvvide – dice – oltre a superare l’assurdo e a rappresentare un ulteriore aggravamento di un quadro che merita in questo momento doverosa attesa, rischiano di essere solo strumentali a una delegittimazione umana e professionale di Sigfrido Ranucci, di un’intera trasmissione e dei suoi giornalisti, che negli anni hanno rappresentato e sono tuttora, e fino a prova contraria, presidio di libera informazione e democrazia».
L’epilogo di un’inchiesta che ha avuto un risvolto del tutto inatteso e nella quale nessuno parla, se non la vittima, deve ancora essere scritto.
