DEVITALAW Rassegna Stampa

“Adesso qualcuno chieda scusa al maresciallo Manganaro”

Leggi l’intervista originale su Il Giornale
di Domenico Ferrara

Dopo la sentenza di assoluzione del carabiniere che arrestò e bendò Hjorth, dai media e dai politici che lo avevano subito condannato soltanto silenzio. L’avvocato difensore Roberto De Vita: “Un giudizio sommario senza conoscere i fatti”
Avvocato De Vita, si aspettava questo ribaltamento della sentenza di primo grado?

“Lo speravamo e lo volevamo con l’enorme determinazione che ha animato la nostra battaglia (mia e della collega di Studio Valentina Guerrisi) sin dalla fase delle indagini. E sì ce lo aspettavamo, tanto era ingiusta la sentenza del Tribunale come riconosciuto dallo stesso Procuratore Generale della Corte d’Appello che ha domandato l’accoglimento del nostro ricorso e l’assoluzione del Maresciallo dei Carabinieri. Gli atti sono pubblici e il processo, sia di primo grado che di appello, può essere interamente ascoltato su Radio Radicale e chiunque voglia andare oltre un giudizio sommario sugli accadimenti potrà comprendere il perché della nostra convinzione”.

In pratica quella benda che ha fatto il giro del mondo prima era un reato e adesso non lo è.

“Non è e non poteva costituire reato in quello specifico contesto, in quelle drammatiche condizioni ambientali in cui si è trovato ad operare Fabio Manganaro, a detta dello stesso giudice di primo grado: “Invero nessuna perplessità, alla luce delle dichiarazioni rese dai testi a difesa, può residuare sul fatto che in ogni caso Fabio Manganaro abbia effettivamente provato a tutelare l’incolumità fisica del fermato che era stato affidato alla sua custodia e in una situazione ambientale resa particolarmente complicata dalla, obiettivamente scellerata scelta, non certo a lui riconducibile di far accedere in quegli uffici un numero esagerato di soggetti che nulla avevano a che fare con le indagini in corso o con specifiche esigenze di servizio che ne imponessero la presenza in caserma in quelle delicatissime ore. […] una situazione ambientale resa particolarmente complica dalla incontrollata e del tutto inopportuna e irragionevole presenza, nel piazzale e all’interno degli uffici, di numerosi soggetti alcuni dei quali animati da spirito vendicativo nei confronti del fermato che aveva in custodia”. E che questa fosse la dimensione emotiva e violenta che affrontò il Maresciallo Manganaro in quel frangente è dimostrato anche dai messaggi scambiati nelle chat da alcuni militari molto legati al povero Vice Brigadiere Cerciello Rega presenti nella caserma: “ammazzateli più che potete; non mi venite a dire di arrestarli e basta; bisogna chiuderli in una stanza ed ammazzarli; stamattina lo avrei ammazzato a mani nude… fino a deformargli la faccia … me lo hanno levato … io lo dovevo ammazzare; lat sfunnat e mazzat; squaglarli nell’acido” . Nonostante tutto questo, Natale Hjorth non riportò alcuna lesione o percossa e i medici che lo visitarono al suo ingresso in carcere non trovarono alcun segno; venne infatti costantemente difeso e protetto da Fabio Manganaro che ricevette lui i calci e gli sputi destinati al giovane americano e che, oltre a fronteggiare i tentativi di aggressione verso il fermato, doveva al contempo contenere la iperagitazione del ragazzo (comprensibile data la situazione e la condizione di alterazione da assunzione di alcool e stupefacenti) e i contatti tra quest’ultimo ed alcuni testimoni rilevanti presenti in quel momento in quegli uffici. In quello specifico ed eccezionale contesto e per quelle ragioni, quella copertura degli occhi non costituisce reato.

Avvocato Roberto De Vita

Ci spiega in modo semplice cosa significa che il fatto non costituisce reato?

È la formula assolutoria che si utilizza sia quando manca l’elemento psicologico del reato, che nel nostro caso consiste nella consapevolezza e volontà (il dolo) di utilizzare un mezzo di rigore non consentito dalla legge, sia quando il reato è stato commesso ma sussiste una causa di giustificazione come lo stato di necessità. Ed è proprio questo che sin dalle indagini è stato dimostrato e provato, ossia che Fabio Manganaro non ha mai utilizzato quella copertura degli occhi come mezzo di rigore, per sottoporre a punizione, vessazione o umiliazione il fermato. Al contrario, come ha dichiarato e scritto fin dal primo momento nella sua relazione di servizio (e ciò ben prima che iniziasse un procedimento penale nei suoi confronti) e come poi dimostrato nel processo, ha agito solo in ragione delle inimmaginabili ed eccezionali condizioni in cui si è ritrovato ad operare, per proteggere l’incolumità del fermato e tutelare l’attività investigativa. E la modalità scelta in quel concitato frangente rientra ed è specificamente contemplata in molti paesi dell’Unione Europea oltre che del Nord America.

Voi avete portato a sostengo della vostra tesi degli esempi concreti successi in passato e fatti, documenti e atti concreti. Ce li può riassumere?

La copertura degli occhi è una tecnica operativa (di prevenzione e contenimento) contemplata in diversi Paesi ad ordinamento liberale e aderenti alle convezioni internazionali o europee per la tutela dei diritti umani: Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Spagna, Olanda, Gran Bretagna, per citarne alcuni. Non solo. In una importante decisione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo nel caso Ocalan vs Turchia (sentenza del 12.03.2003 nel caso 46221/99), la Corte ha affermato che la copertura degli occhi non è di per sé un trattamento violativo dell’art. 3 della Convenzione EDU, che proibisce la tortura e i trattamenti o le pene disumani o degradanti. I giudici di Strasburgo hanno ritenuto che per stabilire se vi sia una violazione occorre analizzare le modalità concrete del caso specifico (le ragioni della condotta, la personalità e l’atteggiamento dell’arrestato, le circostanze di luogo e di tempo concrete etc.) e, nel caso in cui le azioni non abbiano come obiettivo vessazioni e umiliazioni del fermato, si è di fronte ad una condotta neutra, come può essere l’utilizzo delle manette, il cui uso deve essere valutato nel caso concreto e non in astratto. Pertanto, è in questa chiave che i fatti avrebbero dovuto essere attentamente valutati sin dall’inizio. Esattamente quella corretta analisi e valutazione che (pur essendo i fatti chiari ed accertati sin dagli esordi di questo procedimento) sia il PM in primo grado sia il Giudice monocratico non hanno fatto. È stato invece il coraggio della Procura Generale e dei tre Giudici della Corte d’Appello ad avere ristabilito la centralità del processo e degli esiti del dibattimento a fronte delle suggestioni non basate sui fatti e dei giudizi sommari di parte dell’opinione pubblica e di alcuni esponenti politici istituzionali.

A cosa si riferisce?

“Il maresciallo Manganaro ha immediatamente subìto una sorta di gogna mediatica in primis dal comandante generale dell’Arma dell’epoca e poi dal premier Conte e da alcuni esponenti politici di sinistra. Purtroppo questo capita a molti indagati coinvolti in casi di cronaca o di politica rilevanti, in cui la condanna da ordalia mediatica non solo nega la presunzione di innocenza ma priva di significato il processo in quanto tale. Ma nel caso di Manganaro c’è stata una drammatica tempesta perfetta, per non definirlo accanimento concentrico. Il Comandante Generale dell’epoca, il Gen. Giovanni Nistri, forse temendo più il silenzio che la prudenza, condanna ancor prima che si comprenda cosa sia effettivamente accaduto in quella caserma. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte indica persino quanti e quali reati siano stati commessi e sente la necessità di condannare Manganaro addirittura in occasione degli strazianti funerali di Mario Cerciello Rega. Dichiarazioni che determinarono un acceso scontro politico che però non metteva certo al centro della riflessione i fatti nel loro insieme, ripeto il contesto ambientale e il complessivo comportamento del Maresciallo Manganaro. Dichiarazioni probabilmente dettate dalla necessità di sedare (con la severità sommaria) parte dell’opinione pubblica americana (ma anche italiana) che stava trasformando il caso dell’efferato omicidio del carabiniere nell’indagine sui carabinieri (la famosa dodicesima coltellata), quella opinione pubblica che pensava di aver trovato nella fotografia qualcosa di concreto per dimostrare tesi cospirative. Seppur ciò che emergeva era l’insensata morte di un giovane carabiniere, appena sposato, e due ragazzi americani con vite disordinate e violente, quando appare la foto del Natale bendato si assiste ad una straordinaria inversione di senso: i carabinieri diventano aguzzini e i dubbi sulle attività dei due militari in quella drammatica sera sembrano aleggiare tra una conferenza stampa e un’altra. Peccato che in questa enorme tempesta mediatico istituzionale, mentre Presidenza del Consiglio, Arma, Procura della Repubblica e Difesa degli americani seguivano ognuna la propria rotta, ad affogare schiacciato da una straordinaria pressione e dalla sommarietà inquisitoria era il solo Maresciallo Manganaro. Un paradosso, proprio colui che ha scongiurato che un fermato venisse aggredito addirittura nella Caserma del più prestigioso Nucleo Investigativo dei Carabinieri, proteggendo con il proprio corpo il giovane fermato da quei “numerosi soggetti alcuni dei quali animati da spirito vendicativo nei confronti del fermato” che nelle chat scrivevano “speriamo facciano la fine di Cucchi; la miglior vendetta squagliarli nell’acido”.

Nessun media a parte il Giornale ha dato risalto alla storia, come se lo spiega?

“Perché sbagliarono quasi tutti (alcuni in buonafede) e tornare sull’errore ed ammetterlo significa mettere in discussione più che il merito delle valutazioni il metodo seguito, un giudizio sommario senza conoscere i fatti. Ma, d’altronde, accanto ai media furono gli stessi esponenti istituzionali dell’epoca ad utilizzare lo stesso metodo. Quindi meglio abbandonare a qualche doveroso piccolo trafiletto la notizia senza troppi approfondimenti. Peccato di nuovo, almeno questo al Maresciallo Capo Fabio Manganaro poteva oggi essere concesso, a fronte dei titoli da mostro in prima pagina sarebbe stato nobile raccontare la sua storia, la sua sofferenza in questi lunghi cinque anni prima della assoluzione con formula piena. Già, a seguito di quella gogna, prima immediatamente trasferito, poi sottoposto ad un procedimento disciplinare di stato per la destituzione dall’Arma, poi la sospensione disciplinare per sei mesi senza stipendio, due figli piccoli esposti di continuo ai commenti sul padre “carabiniere indegno” da compagni di scuola, una piccola casa, un mutuo e poi la moglie, anch’essa Maresciallo dei Carabinieri, che risente in modo straordinario di quella tempesta, la sofferenza famigliare, la separazione, le difficoltà economiche. Ecco, accanto alla vicenda giudiziaria c’è quella umana, la più dolorosa. Quella per la quale sarebbe necessaria la macchina del tempo. Questo è stato galantuomo, adesso ci attendiamo che l’Arma dei Carabinieri si comporti di conseguenza”.

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