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“Il greggio è nostro, non dell’America, eliminare Maduro non salverà il Paese”

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di Domenico Agasso

L’ex ministro chavista sul caudillo: “Era un criminale, ma il nuovo governo è una grande incognita”

«Maduro ha distrutto il Venezuale, ma l’invazsione degli Stati Uniti non è una soluzione accettabile. Al centro della strategia di Trump c’è il petrolio, che però appartiene al popolo venezualano e non deve finire nelle mani di un altro Paese». Rafael Ramirez è stato un protagonista assoluto della rivoluzione boliviana, per 12 anni ministro dell’Energia e del Petrolio e presidente della Pdvsa (la compagnia petrolifera statale) a Caracas, dal 2002 al 2014, diventando il m membro di governo con la più lunga permanenza nei gabinetti di Hugo Chávez. Nel 2014 ha ricoperto brevemente l’incarico di ministro degli Esteri. è stato rappresentante permanente del Venezuela alle Nazioni Unite a New York e presidente di turno del Consiglio di Sicurezza. Nel dicembre 2017 Ramirez, dopo aver espresso il proprio dissenso nei confronti del governo, ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico diplomatico. Si è trasferito in Italia, dove ha ottenuto asilo politico. «La giustizia italiana ha riconosciuto che contro di me c’era una persecuzione politica», racconta a La Stampa. «Oggi vivo e lavoro a Roma, ma penso sempre al Venezuela».

Adesso che cosa può capitare?

«Con Maduro guori gioco si apre una fase instabile. Anche se a guidarla sarà la sua stessa vicepresidente, Delcy Rodirguez, mi aspetto almeno un tentativo serio di cambiare qualcosa all’interno del Paese. Tutto questo mentre Trump dichiara che gli Usa governeranno il Venezuela fino a quando non si realizzerà una transizione politica, senza chiarire tempi, né modalità. E annuncia l’intenzione di prendere il controllo dell’industria petrolifera».

È giusto che il greggio venezuelano venga gestito dagli Stati Uniti?

«No, appartiene al popolo venezuelano. È sempre stato così, con Chávez e durante tutta la nostra storia come Paese indipendente. Le risorse naturali del sottosuolo sono una questione di sovranità nazionale. Sarebbe insostenibile: significherebbe tornare indietro di settant’anni, a quando la Casa Bianca faceva quello che voleva con le nostre risorse energetiche».

Il petrolio è al centro delle scelte geopolitiche del tycoon?

«Trump ha rilanciato una nuova dottrina di sicurezza, una sorta di ritorno alla dottrina Monroe: nessun interesse ostile vicino agli Stati Uniti, controllo totale dell’area. è pericolosissimo per tutta la regione. Poi c’è l’oro nero. Gli Stati Uniti oggi ne producono molto, ma non hanno grandi riserve. Il Venezuela possiede le maggiori riserve del pianeta, più di Arabia Saudita, Iran e Iraq. Con Chávez non c’erano problemi: producevamo 3 milioni di barili al giorno, ne esportavamo un milione negli Stati Uniti, che pagavano regolarmente. Era commercio, indipendenza, sovranità. Quello che Trump propone non è ricevibile».

Che cosa pensa del blitz?

«I bombardamenti del 3 gennaio sono stati uno choc. Non sostengo il governo di Maduro, ma sono fermamente contrario a qualsiasi intervento militare straniero. La sovranità e l’indipendenza sono valori fondamentali e non negoziabili. L’invasione statunitense non è giustificabile».

Basta arrestare Maduro per cambiare il regime?

«No. Maduro è responsabile di questa tragedia, lui e sua moglie hanno commesso crimini gravissimi: violenze, violazioni dei diritti umani, distruzione dell’economia e del benessere del Paese. Hanno militarizzato l’industria petrolifera. Ma il problema non si risolve solo con la sua uscita di scenza. Senza di loro si apre una possibilità, certo, ma bisogna vedere se il nuovo governo si impegnerà davvero a tornare alla Costituzione, alla legge, al rispetto delle opinioni di tutti i venezuelani. Il governo oggi è indebolito, la transizione richiederà tempo».

Lei è stato per anni al fianco di Chávez. Come esercitava il potere?

«Era impegnato a costruire il Paese. Abbiamo realizzato politiche sociali straordinarie. L’economia cresceva, c’era libertà politica, con elezioni e partecipazione, libertà di opinione, niente repressione».

Non era un caudillo anche lui?

«Dopo la sua morte tutto è cambiato. Con Maduro un altro gruppo ha preso il potere e ha iniziato la persecuzione: prima contro di noi chavisti storici, poi contro l’opposizione e i militari. È così che il Pese è diventato una dittatura».

C’è chi sostiene che la miseria del Venezuela sia colpa del chavismo.

«Non è vero. È una semplificazione ideologica. I numeri parlano chiaro: nel 2012 avevamo un’economia in crescita, 300 miliardi di dollari l’anno, un salario minimo di circa 500 dollari al mese. Oggi il salario minimo è di 2 dollari al mese. Con Chávez avevamo ridotto la povertà: lo dicono l’Onu e la Fai. C’era dibattito politico, ma in un sistema democratico».

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