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Frodi e tutele. Le archiviazioni a pioggia delle denunce degli stangati sul web

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di Stefano Elli

Giurisprudenza rassegnata: troppo costoso inseguire il crimine della rete

L’ultima segnalazione giunge da Tivoli. Su richiesta del pm il Gip decide di archiviare la denuncia di un risparmiatore coinvolto in una truffa online da 100mila euro. La motivazione la spiega Fausto Fasciani, avvocato che ha assistito la vittima: «Pur non essendo stati effettuati approfondimenti investigativi il giudice riconosce l’oggettiva complessità di un’indagine e decide di non approfondire». Caso isolato? Niente affatto. Gli avvocati che si stanno specializzando in questa complessa materia lo confermano pressoché in coro: si tratta di una tendenza che si sta manifestando in molte procure italiane, soprattutto (ma non solo) nelle città più piccole, quelle che non sono distretti di corte d’Appello. Tanto che Roberto De Vita, penalista esperto in reati Cyber, per definire questa inazione penale ha coniato un efficace neologismo: “rassegnazione giudiziaria” nei confronti di queste fattispecie di reato.

La quantificazione del danno

Fattispecie che sono caratterizzate da tre fattori: una penetrazione di “mercato” massiva, una quantificazione del danno “medio bassa” e un’elevata connotazione transfrontaliera. Tre caratteristiche scelte con cura dai “cattivi” che, sommate tra loro fanno sì che il gioco non valga la candela.

Dunque si archivia. E questo a dispetto delle armi sempre più affilate di cui si stanno dotando le tre punte di lancia del contrasto a questi crimini: la Polizia Postale e per la sicurezza cibernetica, Il Nucleo speciale per la tutela della Privacy e delle frodi tecnologiche della Guardia di Finanza e i Carabinieri del Racis (gli ex Ris della scientifica, in cui opera il Reparto tecnologie informatiche). Tre forze di Polizia che stanno mettendo a segno significativi “colpi” ai danni del crimine finanziario di alto livello.

Oltre a questo a pesare sulla fattibilità delle indagini (anche su altri fronti criminali) pesano gli interventi della riforma, già approvata in Senato, che prevedono una doppia autorizzazione: la prima al sequestro delle apparecchiature informatiche (device, pc, tablet) e la seconda all’utilizzo (investigativo prima e processuale poi) dei dati ivi contenuti.

Reazioni preoccupate

Un intervento legislativo che ha di recente provocato la preoccupata reazione di Cesare Parodi, presidente dell’Anm, e di Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia. Tornando al numero di richieste di archiviazione di questo tipo di reati: questa sembra essere rilevante soprattutto in alcune aree geografiche (Bari, Lecce, Messina, Catania) qui l’orientamento della giurisprudenza sembra essere piuttosto consolidato, ma segnalazioni giungono anche da Sassari e da Torino.

Reati transnazionali

Così chi si trovi a denunciare un episodio di frode concepita online anche di medio cabotaggio ha la certezza quasi matematica di non trovare orecchie attente da parte di chi dovrebbe tutelarlo. «In parte questo accade – spiega Roberto De Vita – perché quasi tutti questi reati hanno sponde all’estero, sovente in più nazioni, nel caso delle criptovalute (sempre che si tratti di strumenti autentici) transitano su piattaforme exchange con sedi all’estero e il denaro va a confluire su conti di banche internazionali, spesso in Stati poco collaborativi. Così richiedere assistenza giudiziaria rischia di assorbire tempo e risorse in modo sproporzionato rispetto al danno subito dal querelante: soprattutto quando ci si trovi ad agire in procure periferiche».

Dal canto suo Fasciani ha deciso di cambiare tavolo. «Abbiamo modificato strategia: il caso di Tivoli, visto che le nostre indagini hanno accertato avesse propaggini in California, è stato denunciato alla Sec (la Security and exchange commission, l’equivalente della Consob) e all’Fbi, vedremo come andrà a finire». Ma esistono dei mezzi per evitare che le denunce finiscano nel dimenticatoio penale?

Le azioni collettive

Davide Pistolesi, da ex truffato nel caso della Puerto Azul (vedere riproduzione a fianco) ha scelto di dedicarsi alla tutela dei risparmiatori e ha fondato la Afue, Associazione vittime truffe finanziarie internazionali, è convinto di sì. «Quasi tutte le persone che si rivolgono a noi arrivano soltanto dopo avere denunciato all’autorità giudiziaria e dopo avere già “subìto” un decreto di archiviazione. Questo succede perché solitamente chi riceve la denuncia non inizia un’attività di indagine per una serie di motivi: a cominciare dal fatto che le indagini sono dispendiose. E questo il truffatore lo sa benissimo ed è proprio per questo che i tagli medi di questi tipi di frode variano tra i due mila e i cinque mila euro. L’alternativa è rivolgersi ad associazioni come la nostra che raccolgano più persone, in una denuncia collettiva, una sorta di class action penale che se accolta dal pm, può invece dare corso a indagini più approfondite».

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