A Brescia rinnovazione dibattimentale per il caso di un uomo che fu assolto su richiesta del pm che fece leva su “l’impianto culturale d’origine della coppia”
BRESCIA – Tecnicamente si chiama rinnovazione dibattimentale. Tradotto dal giuridichese, e incasellato nella cornice di una vicenda che era apparsa e ancora appare quasi surreale, è un mezzo colpo di scena. Che sovverte i pronostici della vigilia e – almeno per ora, seppur parzialmente – riapre un processo che quasi tutti, prima dell’udienza, davano per chiuso e sepolto. E invece il 3 marzo 2025 ci sarà una nuova puntata, e chissà, forse qualche altra sorpresa. La storia – che fece molto discutere – è quella che vede protagonista il quarantenne bengalese Hasan Md Imrul: assolto il 17 ottobre 2023 dall’accusa di violenze sessuali e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie, cugina e connazionale Sabrina Mirdha, 28 anni, madre di tre figlie. “Comprata” – lo confermò anche l’uomo – per 5 mila euro dalla famiglia di lei.
Con quali motivazioni fu assolto Hasan? Anche per la matrice “culturale” dei fatti. Sì, letteralmente. Nella prima richiesta di assoluzione un anno fa il pm Antonio Bassolino aveva fatto leva “sull’impianto culturale di origine della coppia”. In sostanza, spiegò il magistrato, i maltrattamenti e la restrizione della libertà sono “il frutto di un impianto culturale e non della coscienza e della volontà dell’imputato di annichilire e svilire la coniuge per conseguire la supremazia sulla medesima, atteso che la disparità tra l’uomo e la donna è un portato della sua cultura” (del quarantenne bengalese, ndr).
Come dire: siccome la cultura bengalese non prevede la parità uomo-donna, se l’uomo maltratta la donna non è reato ma, appunto, “cultura”. La povera Sabrina – che viveva a Brescia con il marito e le due figlie, e che ha raccontato di essere stata costretta ad avere rapporti sessuali dall’uomo che la considerava una sua “proprietà” e le faceva assumere sonniferi stordenti – trovò il coraggio di denunciare gli abusi e di fare un esposto (a dicembre 2019) grazie al sostegno di un capitano della Guardia di Finanza, D. C. Con il quale si è poi fidanzata e da cui ha avuto una bimba che oggi ha 3 anni.
Il finanziere è testimone nel processo. E lo sarà anche in quello di appello: perché il 3 marzo i giudici vogliono risentire sia lui sia la parte civile, Sabrina Mirdha. Eccola la “rinnovazione dibattimentale” disposta dalla Corte a Brescia. “E’ stata accolta la nostra richiesta, dimostreremo che la mia assistita non ha mentito e che non c’è stata nessuna macchinazione per concordare una versione con il suo compagno”, esulta l’avvocato di parte civile Valentina Guerrisi (studio De Vita).
Ma il nodo centrale è quello dell’“impianto culturale” intorno a cui è ruotata la richiesta di assoluzione. Che aveva fatto sobbalzare politici di diversi schieramenti. Si era arrivati al punto che la procura di Brescia dovette diffondere una nota per dissociarsi dalle motivazioni scritte dal pm Bassolino nella richiesta di assoluzione del bengalese (“la procura ripudia qualunque forma di relativismo giuridico, non ammette scriminanti estranee alla nostra legge ed è sempre stata fermissima nel perseguire la violenza, morale e materiale, di chiunque, a prescindere da qualsiasi riferimento ‘culturale’, nei confronti delle donne”). Disponendo nuovi interrogatori sia della parte civile sia del testimone capitano della Guardia di Finanza i giudici della Corte d’Appello sembrano, insomma, volere approfondire ulteriormente i fatti.
Andando oltre la curiosa “scriminante culturale” nel caso di una violenza di genere; e esplorando, diciamo così, l’assoluzione dell’imputato per motivi “culturali” e di “adulterio”. Già. Perché tra le motivazioni della sentenza di assoluzione (depositate lo scorso gennaio) figura il fatto che la donna sarebbe stata adultera nel periodo del matrimonio. Durato dal 2014 al 2019.
Alle forze dell’ordine Sabrina spiegò di essere in Italia da quando aveva 4 anni e di essere stata costretta dallo zio – dopo la morte di suo padre – a sposare Hasan, un cugino, quando aveva 17 anni. “Mi hanno venduta per 5mila euro. Studiavo alle scuole superiori, ho provato a oppormi ma non è servito a nulla, hanno deciso gli altri per me. Il mio ex marito mi ha trattata da schiava per anni”, ha raccontato la donna. In un aula deserta a Brescia Sabrina ha atteso il pronunciamento dei giudici. Credeva forse che la Corte mettesse una pietra tombale sulla sua triste storia. E invece tra più di quattro mesi la partita potrebbe riaprirsi.
“Non voglio dire niente per scaramanzia”, ha detto all’uscita dal tribunale. “L’ultima volta che ho fatto un commento non ha portato bene”. L’avvocato Gabriella Pezzotta, legale di Hasan Md Imrul, è parsa abbastanza sorpresa. “La sentenza del 17 ottobre è un’assoluzione piena, non è stata appellata né dalla procura generale né dal pubblico ministero”. Quest’ultimo, ieri, si era detto contrario alla rinnovazione dibattimentale. Ma tant’è.