Tribunale blindato a Bari in occasione del processo a carico del pittore 40enne originario di Adelfia Giovanni Gasparro, autore del “Martirio di San Simonino da Trento”, dipinto che avrebbe fatto da catalizzatore di commenti antisemiti sui social e insulti nei confronti degli ebrei. È stata proprio la Comunità ebraica a denunciare Gasparro (assistito dall’avvocato Salvatore D’Aluiso), oggi imputato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. L’indagine di cui è stato protagonista è stata coordinata dalla pm Larissa Catella.
«Abbiamo da tempo un’attività di presidio e super visione sui social – ha spiegato in aula Ruth Dureghello, già presidente della Comunità ebraica Roma – abbiamo appreso la diffusione del materiale che rievoca un falso storico che ha prodotto un gran dolore. L’opera è stata pubblicata su Facebook e Instagram, in pagine raggiungibili da chiunque. Al di là dello sconcerto e della rabbia, c’è stata grande preoccupazione per la riproposizione di uno stereotipo che ha messo tutti in allerta». Il dipinto finito al centro del caso giudiziario risale al 2020 e riproduce l’omicidio di un bambino di Trento detto Simonino, scomparso la notte del 23 marzo 1475 e poi trovato morto con una ferita sanguinante al costato, afferrato e circondato da membri della locale comunità ebraica. Nel marzo di quattro anni fa, la foto del quadro fu postata sui social, determinando la pubblicazione di commenti che – secondo la Procura – sarebbero razzisti e antisemiti.
«L’opera – ha spiegato Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma – nella sua efficacia espositiva rappresenta una scena mostruosa, che deriva da una calunnia antica nella quale si sono voluti rappresentare gli ebrei della comunità di Trento in un efferato delitto religioso contro un bambino. La calunnia del sangue rappresenta uno degli strumenti più feroci con cui si è espresso l’odio antiebraico nelle varie società nel corso dei secoli».
«Il dipinto riproposto e diffuso – ha spiegato Noemi Di Segni, presidente dell’Unione comunità ebraiche italiane, che raccoglie 23mila iscritti – presenta rabbini con tratti caricaturali dell’anti-giudaismo che abbracciano la propaganda antiebraica vista nel periodo nazista e fascista, con vestiari dell’Europa orientale». Nel processo si sono costituite parte civile la Comunità ebraica di Roma e il rabbino capo Riccardo Di Segni, assistiti dall’avvocato Roberto De Vita, e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane seguita dall’avvocato Tommaso Levi. In aula, oltre a Dureghello, Riccardo e Noemi Di Segni, ha testimoniato Milena Santerini all’epoca Coordinatrice nazionale della presidenza del Consiglio per il contrasto all’antisemitismo e anti-discriminazioni. Per i testimoni arrivati a Bari, sono state messe in atto particolari misure di sicurezza davanti e dentro il tribunale di Poggiofranco. Prima dell’inizio dell’udienza sono stati effettuati controlli in aula anche con le unità cinofile della polizia.